giovedì 19 febbraio 2009

Capitolo 13 Imprevisti e probabilità

I “Dodici Apostoli” sono una splendida cattedrale in mezzo al deserto. Parcheggio, piattaforme per disabili, centro visitatori, noleggio elicotteri e aeroplani. Un chilometro più avanti, sia verso est, sia verso ovest e torni ad essere in mezzo al nulla. Meglio così. Cape Otway LighthouseE’ tempo anche di pensare a mettere qualcosa sotto i denti. Siamo in viaggio da ore e la mattinata, fra koala, fari, apostoli e cinesi è stata frenetica. A Lorne ci siamo riforniti, presso una bakery, di una delle specialità australiane, una pie,cioè una sfoglia che contiene di tutto, dalle carni alle verdure più disparate. Un cibo pratico, veloce e al contempo sostanzioso, l’ideale per i lunghi trasferimenti che sono all’ordine del giorno in questo sterminato paese.

Rubo altri dieci minuti all’implorante stomaco di mia moglie quando un cartello seminascosto e scolorito mi avverte che sono in prossimità dei “Martiri”. Siamo al cospetto di un’altra meravigliosa manifestazione della natura australiana, altre formazioni rocciose rubate dall’oceano alla terraferma, solo più basse e tozze, meno fotogeniche rispetto ai celeberrimi “Apostoli”. Deve essere per questo motivo che qui non hanno costruito parcheggi e piattaforme per poterli ammirare. Dobbiamo accontentarci di un diroccato sentiero e di un vecchio pontile di legno per avvicinarci e poter dare un’occhiata. Almeno così è tutto più naturale. Sarebbe un bel posto per fermarci a pranzare, ma il vento è ancora troppo forte per azzardarci. Così, fra le proteste ormai vibranti di Barbara, decido di proseguire ancora.

Ci inoltriamo più verso l’interno e troviamo rifugio a Nirranda. Una pompa di benzina, una stazione di ristoro, quattro case separate dalla Great Ocean Road. Il classico paese di passaggio. Ci dividiamo le nostre pies e tentiamo di mangiarle prima che tutte le mosche del Victoria vengano ad assaggiarle. Devo dire che quella alle verdure di Barbara ha il suo bel perché. Io invece ho clamorosamente sbagliato a prendere quella alla carne. Una sfoglia ripiena di un qualche tipo di ragù freddo come l’oceano, oltre ad essere pesante come un macigno, è praticamente immangiabile.

Per rifarmi del pranzo insoddisfacente, lascio l’incombenza della guida alla mia dolce metà, e mi godo il paesaggio dal sedile del passeggero. A interrompere la piacevole monotonia dei pascoli sterminati arrivano filari lunghissimi di pale per l’energia eolica, che ci accompagnano per lunga parte del nostro tragitto. La biologa naturalista che mi accompagna nel viaggio li aveva evocati più volte nelle nostre conversazioni. “Ma con tutto il vento e lo spazio che hanno da queste parti, come mai non pensano di sfruttare l’energia eolica?” Bastava chiederlo, evidentemente. Le ombre ormai si allungano e scende lenta la sera quando finalmente giungiamo in vista di Mt. Gambier.

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