

Continuando il nostro percorso abbiamo modo di osservare le pitture rupestri degli aborigeni e passare vicino ai loro luoghi di culto. E’ semplice capire perché i primi abitanti di questo sterminato territorio abbiano da subito considerato sacre queste rocce, sia Uluru che i Kata Tjuta. Attorno non c’è nulla per chilometri, solo una sterminata piana desertica. Le uniche alture che spezzano un paesaggio altrimenti piatto e monotono sono visibili anche da molto distante. Le rocce sono rosso fuoco e cambiano tonalità a seconda di come la luce del sole le colpisce. Nel silenzio assordante dell’ Outback questo scenario scatenerebbe dubbi cosmici e quesiti teologi anche al più incallito degli atei.
Chiudiamo la meravigliosa gita con un aperitivo ad Ayers Rock. In attesa di poterla visitare all’alba di domani, ci gustiamo le sue variazioni cromatiche sotto i raggi del sole morente. Mentre il
personale del Resort allestisce tavolini e sedie ed apparecchia degli invitanti stuzzichini, la gente si riversa nelle adeguate piazzole per fotografare e filmare gli ultimi istanti di luce sulla pietra. E per quanto sia assolutamente d’accordo nel constatare che la serialità ammazza l’arte, e che l’essere originali è tutto un’altro paio di maniche, pago anch’io il mio tributo alla fabulazione del loco e mi getto a piè pari nello stereotipo.
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