mercoledì 20 maggio 2009

Capitolo 29 Chi di fari ferisce..

Ci sveglia il solito vento che sibila fra le imposte. Ieri l’ho trovato molto naturalistico e romantico, oggi un po’ meno. Nonostante sia presto per partire, la cena saltata richiede adeguata contromisura e corriamo dal fornaio appena questi apre i battenti. Dopo esserci abbondantemente rifocillati facciamo una passeggiata per le vie della ridente cittadina. Ad attirare la nostra attenzione è uno di quei classici negozietti che si possono trovare ovunque nelle località di mare, una di quelle trappole per turisti autorizzate, con le sue vetrine decorate e souvenir di ogni tipo in bella mostra. Ad accoglierci al suo interno c’è una simpatica hippie sulla settantina, con lunghi capelli color cenere che le scendono disordinatamente sulle spalle, un curioso vestito a fiori, imperdonabile cliché, e una passione vera per il book sharing. Mentre cerco un adeguato tomo che mi possa far compagnia per tutta la seconda parte del viaggio, commetto l’errore di lasciare Barbara in sua compagnia, e quando lo realizzo è ormai troppo tardi. Mi presento alla cassa con un tascabile di Robert Ludlum che sembra aver passato più mani di una moneta, e che probabilmente vale ancora meno dei quattro dollari che spendo. Mia moglie arriva con un faro portachiavi di mezzo metro dal costo approssimativo ed esagerato di 17 dollari. Ricapitolando

Lui: Tascabile. Quattro dollari. Usa e getta.
Lei: Diciassette dollari di faro fragilissimo, da incastrare in qualche modo in valigia e riportare in patria.

Un vero affare.

La giusta punizione per l’incauta compagna arriva qualche ora più tardi, e nell’insospettabile forma di una scolaresca. C’è un sole splendido, il traghetto parte nel primo pomeriggio, abbiamo tutto il tempo per fare una breve deviazione verso Emu bay e andarci a rilassare in spiaggia. Arrivati al parcheggio non possiamo non notare i due pulmini pieni di bambini che ci affiancano. In un attimo, dalle portiere aperte si riversa una fiumana ridente e colorata che si appropria di ogni spazio attorno a noi. Mentre osserviamo i tentativi di maestri e genitori di ristabilire ordine e disciplina, una madre ritardataria sbaglia in pieno le misure del suo pick up, e abbatte la staccionata che delimita il parcheggio. La classe raggiunge il momento più alto di anarchia e ilarità.

Scappiamo verso la spiaggia, che fortunatamente è abbastanza ampia da permetterci di mettere una certa distanza fra noi e la truppa. Finalmente posso togliermi la soddisfazione di mettere i piedi nell’oceano e, di conseguenza, ghiacciarmi le ossa fino al midollo. Nel frattempo i bimbi apprendono sul campo quelle che riteniamo potrebbero essere rudimenti di vita acquatica, nella fattispecie gabbiani, alghe e conchiglie. Sarà il venticello, il rumore di sottofondo delle onde che si rompono placide, le grida dei bimbi e dei pennuti o semplicemente la somma delle mie maledizioni verso l’inutile faro, di fatto Barbara inizia ad accusare un lieve urgenza nelle zone basse. Nel tragitto che ci porta agli unici bagni della baia, i medesimi fattori scatenanti fanno evidentemente presa anche sulla scolaresca. Il problema è che loro hanno il vantaggio territoriale, essendosi accampati proprio presso le ambite toilettes. Morale? Per potersi liberare mia moglie deve attendere che lo facciano tutti i bimbi, e intendo tutti tutti, più le maestre, gli accompagnatori e gli autisti dei pulmini. Poi dicono che non c’è giustizia.

mercoledì 13 maggio 2009

Capitolo 28 Parata notturna di pinguini.

Arriviamo in albergo giusto in tempo per afferrare un biscotto al volo e per scegliere dalla valigia la felpa più pesante, dopodiché corriamo al molo dei pellicani, luogo ove sorge l'edificio della Marina, da cui partono i tour guidati per addentrarsi nella colonia di pinguini. E’ una frizzante seratina primaverile, spazzata dal consueto venticello da sud, latore di profumi marini, nubi minacciose, balsamico iodio e freddo polare. Al momento di registrarci scopriamo con orrore che la ragazzetta in prova come receptionist nel nostro hotel non ha passato la prenotazione per la gita di stasera ai gestori del parco. Brivido, terrore e raccapriccio, poi grazie ad una ragionevole guida autoctona e al fatto che Barbara porta tutti i vaucher relativi al nostro viaggio sempre con sé, quasi tatuati addosso come in Memento, la situazione si sblocca a nostro favore e veniamo ammessi allo show.

Mentre attendiamo di uscire veniamo parcheggiati all’interno del piccolo museo, dove è possibile apprendere alcune nozioni base mediante appositi percorsi visivi e soprattutto ammirare la vita di questo tratto di mare grazie a rudimentali ma affascinanti acquari. Finalmente arriva il momento di uscire e affrontare la fredda serata. A condurci è uno sbarbatello ventenne, volontario come tutto il resto dello staff, che ci diffida dal fare foto col flash e dallo spaventare in alcun modo gli animali. Le nozioni di biologia pinguina conosciute da Barbara sono, con ogni probabilità, maggiori rispetto a quelle del nostro imberbe Cicerone, ma evidentemente il suo spirito di contraddizione è in modalità on perenne solo con lo sventurato e novello marito, mentre si beve affascinata qualsiasi stupidaggine proveniente da un facsimile di guida indigena. Le nuvole coprono interamente la luna, e gli schivi animaletti se ne stanno belli chiusi nei loro nidi riparati dal vento, alla faccia di coloro che hanno affrontato viaggi intercontinentali pur di vederli.

Per fortuna il tempo gioca a nostro favore. Infatti questo è l’orario in cui gli adulti rientrano dalla giornata di pesca e chiamano i cuccioli sul bagnasciuga per dividere con loro il frutto delle loro fatiche. Dal mare iniziano a sentirsi i primi richiami e i piccoli lasciano finalmente i loro accoglienti ripari attratti dall’ ancestrale prospettiva della pappa. Tramite uno speciale raggio di luce rossa, invisibile ai pinguini e pertanto non invasiva, la guida li segue mentre, goffi e irresistibilmente buffi, corrono su e giù per la spiaggia alla ricerca dei genitori. Questa particolare specie di pinguini raggiunge, in forma adulta, la non eccelsa altezza di trenta centimetri. Da cuccioli sono dei batuffoli lanuginosi alti poco più di due spanne, con un equilibrio instabile che ne contrasta la eccezionale voracità. Vedendoli mi sovviene che ieri, mentre mi approcciavo all’isola, dalla murata del nostro traghetto avevo intravisto una scheggia di color nero, e lunga pressappoco una trentina di centimetri, nuotare a velocità warp fra le onde dell’oceano. La differenza fra l’ agilità nel contesto marino rispetto alla goffaggine che li caratterizza mentre sono sulla terraferma me li rende ancora più simpatici.

L’escursione finisce e torniamo silenziosamente in città. Sono le 21.55 e il fornaio/pizzeria al trancio che avevamo puntato stamattina chiude fra 5 minuti. Se vogliamo cenare ci dobbiamo muovere spediti e senza esitare. Il paese è deserto, il vento fischia e tutti i negozi sono chiusi. Da bravi pescatori sono tutti già a nanna da un pezzo. Il fornaio ha le serrande già chiuse, sta spazzando il pavimento e i nostri sguardi imploranti non lo muovono a compassione. Torniamo rassegnati al nostro albergo. Il ristorante è già chiuso da ore, come sapevamo, e i tavoli sono già apparecchiati per il breakfast del mattino dopo. Rubiamo un paio di biscotti e ceniamo in camera con una bustina di camomilla saggiamente portata da Padova.

mercoledì 6 maggio 2009

Capitolo 27 I nostri nella Laguna Nera

La nostra prima giornata sull’ Isola dei Canguri volge al termine. Come bilancio siamo decisamente in attivo per quel che riguarda le foche, meno per le altre specie animali. Purtroppo A baby for a baby..il mancato avvistamento dell’ornitorinco ha un elevato peso specifico, e tende a farmi dimenticare il valore intrinseco della giornata che sta finendo. In fondo, se fossi a Padova, nelle stesse ore mi sarei svegliato controvoglia nel mio talamo già abbandonato dalla consorte; avrei fatto una troppo abbondante colazione fissando la finestra chiusa di fronte a me e mi sarei recato MOLTO controvoglia al lavoro a svolgere mansioni umili e assolutamente inutili per otto ore. Il tutto ritenendomi oltremodo soddisfatto se durante il tragitto mi fosse accaduto di avvistare un paio di passeri o una solitaria garzetta lungo il canale. Qui invece:



· Mi sono svegliato col vento che fischiava fra le imposte, e mia moglie era accanto a me. (Ok, suona molto mieloso, ma si va in viaggio di nozze una volta sola!)
· Ho fatto colazione nella miglior bakery della città, nonché unica, mentre i pellicani prendevano il sole a pochi metri da noi.
· Ho avvistato un paio di falchi, una deliziosa wallabee con cucciolo, una lucertola australiana di mezzo metro, tutti prima ancora di passeggiare a cinque metri da una colonia di foche.



Ci si può accontentare. In più ancora non abbiamo toccato quello che sarà il piatto forte della giornata, ovvero l’escursione notturna in una colonia di pinguini! Ripercorriamo la strada di questa mattina con passo sostenuto, in direzione di una doccia, di una cena veloce e dell’ appuntamento con i simpatici pennuti. Prima di arrivare a Kingscote commettiamo quello che, a posteriori, si rivelerà un clamoroso errore. Decidiamo di seguire i consigli di un vecchio cartello in legno, che porta inciso “… lagoon” e andiamo ad esplorare questo posticino, senza prima esserci procacciati la cena. In realtà ho letto benissimo “DUCK lagoon”, ma voglio credere si tratti invece di una “BLACK lagoon”, possibilmente con tanto di omonimo mostro, e mi precipito a vederla. Dopo un tratto di sterrato rosso acceso che passa dentro un bosco di eucalipti sbuchiamo in fronte alla pozza. Per una volta ho ragione io: saranno le ombre della sera, i tronchi di alberi morti che affiorano dalle acque scure, l’assenza delle papere che dovrebbero darle il nome, ma la laguna appare molto più black che non duck. Inizio quasi a preoccuparmi.



In realtà il posto è assolutamente suggestivo e meritava una capatina. Uno stormo di pappagalli rosa staziona sopra un maestoso albero spoglio, e l’aere si riempie del loro simpatico chiasso. Peccato siano soggetti assolutamente refrattari alla fotografia, data la loro naturale tendenza a non riuscire a rimanere fermi nemmeno per il tempo che occorre a fare un click. Fiori di colori e forme sconosciute strappano alla biologa vistosi e rumorosi cenni di approvazione. Questi almeno si possono ritrarre. Un paio di pellicani viene a posarsi fra le radici di un eucalipto posto sulla riva opposta a dove ci troviamo noi. Qui danno vita ad una serie di rituali di seduzione che ci ricordano come da questo lato del mondo sia inoltrata primavera. Tornati alla macchina troviamo ad attenderci un paio di turisti che, come noi, ha coraggiosamente intrapreso l’impervio sentiero sterrato, e ora scruta speranzosa le cime degli eucalipti. Ci chiedono se abbiamo visto koala in zona. Dolenti indichiamo i pappagalli e i pellicani, ma non sembrano apprezzare l’alternativa che offriamo. Li salutiamo e corriamo a vedere i pinguini.

martedì 28 aprile 2009

Capitolo 26 L'ammirevole Admiral’s Arch

Smaltita la delusione per il mancato appuntamento con l’ornitorinco, pianifichiamo sulla cartina il nostro percorso. In realtà c’è ben poco da scegliere. Tra sentieri chiusi per vari accoppiamenti o per ragioni di restauro, e la tempesta perfetta che è pronta per scatenarsi, scegliamo l’unica alternativa possibile e scendiamo in visita all’ Admiral’s Arch. Tendenzialmente sono refrattario a perdermi nelle dettagliate spiegazioni di una guida o di un pieghevole all’ingresso. Preferisco di gran lunga la sorpresa. Quindi percorro baldanzoso la passerella, che dal parcheggio in cima alla rupe conduce in basso verso l’oceano, finchè alle mie narici arriva un puzzo che mi è già familiare. Non ditemi che l’unico sentiero percorribile mi porta ad un'altra colonia di foche! L’unico animale che avevo già visto!


E’ tutta questione di prospettive. Se ieri, o anche un mese fa, un anno fa, mi avessero detto: “Visiterai due colonie di foche.” sarei stato entusiasta. Adesso mi sento un po’ beffato dal destino. Scendiamo dalla macchina e ci infiliamo le giacche a vento immediatamente. Che sfortuna, piove! It's a hard life!Realizziamo che tecnicamente non è che stia proprio piovendo. La lingua di terra su cui camminiamo declina dolcemente verso il mare, formando un sottile promontorio scoglioso. La furia degli elementi ha scavato le rocce, creando un anfiteatro naturale dove riposano i pinnipedi. Le onde si infrangono sugli scogli, il vento forza 7 cattura gli schizzi e ce li sbatte in faccia parecchi metri più in alto. Il bello è che mentre le foche dormono pacifiche e rilassate, come se l’infuriare della natura non le riguardasse, gli sventurati umani devono ricorrere a impermeabili e cappelli per non inzupparsi, una battaglia comunque perduta.


Nonostante il clima avverso siamo fra i temerari che tengono duro Clima mite e temperatoe scendono fino all’ Arco dell’ Ammiraglio. Bello, niente da dire. L’oceano ha scavato tutto sotto il promontorio, fino a sbucare dall’altra parte, formando un arco di rocce che dà il nome alla località. Praticamente abbiamo camminato su una striscia di terra sottile come una sfoglia, sopra uno strapiombo erto di rocce aguzze, in balia di vento e pioggia per vedere le foche da molto più distante rispetto a stamattina. Facciamo due foto ricordo e scappiamo via.


The storm is coming..Ci tuffiamo in auto, finalmente al riparo dagli elementi. Prima di uscire dal parco prendiamo un altro sentiero, un po’ troppo scosceso per la trazione del nostro mezzo, ma almeno ci permette di godere la visuale del promontorio da posizione più elevata. L’immagine di Cape du Couedic, con il suo maestoso faro che si erge in mezzo al nulla, circondato solo da nuvole minacciose rimarrà scolpita nella mia memoria a lungo.

mercoledì 15 aprile 2009

Capitolo 25 L’accoppiamento del Platypus

Dal parco delle foche ci muoviamo verso sud, in direzione di Flinders Chase. Il paesaggio è spettrale. Gli incendi hanno devastato la parte meridionale dell’isola, qualche solitario albero carbonizzato è quanto rimane di quello che poteva essere una rigogliosa boscaglia.
Drammatico? In realtà, come mi spiega la Dott. Zecchin, "molti (purtroppo non tutti, visto che i recenti eventi hanno dimostrato che i piromani ci sono anche in Australia!) di questi incendi sono programmati e appositamente causati da quello che è l'equivalente del nostro Corpo Forestale. Ora, se si ha anche solo una minima idea del vento che spira costante in quelle zone, questa pratica può sconcertare parecchio. A quanto pare però anni e anni di esperienza hanno permesso ai rangers di capire quando, dove e come appiccare gli incendi, se vogliono che questi abbiano una funzione benefica per la natura, e non devastante. E benefica molto più che in altri ambienti, perchè qui il fuoco non solo fertilizza i terreni, ma soprattutto è elemento fondamentale per lo sviluppo di certe piante, che proprio dal fuoco dipendono per alcuni passaggi importanti dei loro cicli. Per es. la Yacca, buffissima pianta nota per il suo enorme ciuffo di foglie che ce l'ha fatta soprannominare "cugino It", con gli incendi sprigiona un gas che ne stimola la fioritura...madre natura è proprio incredibile! "
Il parcheggio del parco è posto sotto a degli enormi eucalipti. Nonostante nuvole minacciose siano in arrivo dall’oceano, l’ombra delle fronde e la quiete del luogo formano il rifugio ideale per chi, come noi, è alla ricerca di un posticino tranquillo in cui consumare un modesto pranzo. Mentre Barbara si documenta sulle guide io vengo rapito dalla pace del luogo e, inclinato il sedile quel che basta, infrango il sacro silenzio che ci circonda con un russare misurato e armonico.

Cape du CouedicPurtroppo tutti i momenti più belli sono destinati a finire, e Barbara, dopo aver mandato a memoria ogni singola riga sul parco, decide di porre fine alla mia pennica e di trascinarmi in mezzo alla natura selvaggia. All’ingresso perdo subito mia moglie, che mi lascia in coda a versare il giusto obolo e a larghe falcate si dirige verso il centro informazioni per riempire quelle poche lacune che lo studio compulsivo di otto guide le hanno lasciato. La ritrovo con un libro di piante locali, con cui certo non è entrata, mentre smanetta su di un touch screen di nozioni botaniche. Ora, l’intero concept del giro informativo è studiato per i bambini: i seggiolini sono ad altezza bimbo, le manopole e i pulsanti dei vari schermi sono colorate e accattivanti, le gigantografie dei dinosauri e delle piante sono sistemati all’interno di un piacevole percorso didattico immediatamente comprensibile ai più piccoli. Ed infatti, alle spalle della mia invasata consorte si è formata una coda di 10 – 15 scolaretti, ordinatamente in attesa che la bambina più grande ceda loro il posto.

La strada principale del parco è anche l’unica che porti all’estremo sud dell’ isola. Da lì partono diversi percorsi tematici, ognuno dei quali ti permette di incontrare una particolare specie animale. Purtroppo la stagione degli amori e della deposizione di uova degli ornitorinchi è già iniziata, e, per motivi di privacy, il loro sentiero è chiuso. Ecco, lo sapevo. Se c’è un animale che ero veramente curioso di vedere, questo era l’ornitorinco. Già in natura è tutt’altro che facile osservarli, addirittura impossibile se non in questo continente. Arrivare in capo al mondo e trovarsi i percorsi a loro dedicati chiusi per accoppiamento è veramente una beffa.

martedì 7 aprile 2009

Capitolo 24 W la foca! (Non poteva che essere questo..)

Incalzato dalle domande talvolta pertinenti della mia signora, il ranger ci confida che la manovra per avvicinare i turisti alle foche è iniziata negli anni ’70. Sono quasi quarant’anni da che hanno iniziato ad abituare queste simpatiche bestiole alla presenza dell’ uomo. Grazie a questo decennale percorso, noi, fortunati mortali, possiamo penetrare nel loro habitat senza infastidirle in alcun modo. Seal Bay Conservatory ParkCon la voce rotta dall’emozione Barbara prova a spiegarmi quanto un progetto di questo spessore scientifico sia assolutamente all’avanguardia (ma dai??) non solo per il nostro arretrato paese, ma probabilmente anche per altre realtà più, naturalisticamente parlando, avanzate. La bellezza struggente del paesaggio selvaggio e la magnifica esperienza che sto vivendo, mi portano a formulare quello che potrebbe essere un pensiero intelligente. L’osservazione e lo studio delle foche, delle balene, dei pinguini e i vari progetti di salvaguardia dei loro ambienti qui in Australia è partita prima rispetto ad ogni altro paese. Quando visiteremo l’isola delle tartarughe marine verremo informati che i primi approcci scientifici verso questi rettili risalgono addirittura ai primi anni ’50. Ma perché noi no? Perché noi non abbiamo mai messo in piedi opere di questo rilievo? Perché noi non abbiamo le foche! Semplice. Ma questa spiegazione non regge. La realtà è che negli anni ’50 avevamo ben altro a cui pensare. Non solo l’Italia, tutta l’Europa era da ricostruire. Non avere avuto la guerra sul proprio suolo ha permesso ad americani ed australiani di partire prima di tutti gli altri con i progetti di salvaguardia ambientale. E i risultati sono lì da vedere.

Le foche giocherellano a non più di 5-10 metri da noi. I cuccioli dormono beati. Qualcuna, più audace, si getta nell’oceano alla ricerca di uno spuntino. Se proprio devo trovare una nota negativa, devo rilevare che l’odore di grasso di foca, unito a quello di pesce che il vento ci getta addosso non è proprio il massimo della vita.Family portrait with seagull Ma è un disagio veramente minimo rispetto allo spettacolo che stiamo vivendo. I maschi adulti litigano fra loro per la conquista di qualche femmina. Sono talmente presi dal ferormone che di sicuro non fanno caso a noi. Comunque preferisco allontanarmi, non sia mai che un maschio alfa dominante mi veda come una minaccia per il suo pinnato harem. Alle nostre spalle una mamma col suo cucciolo scende verso il mare per una rinfrescante nuotata. Siamo in mezzo alla sua traiettoria, quindi le cediamo il passo. Goffamente i pinnipedi passano tra di noi, mentre ne osserviamo il mantello, nuovo e lucente quello del cucciolo, screziato e segnato dalle mille battaglie in mare quello della madre.

Lasciamo la spiaggia e riprendiamo il sentiero verso l’entrata del parco. D’un tratto le persone innanzi a noi tornano ad abbracciare le macchine fotografiche e si affollano verso un cespuglio. Immagino si tratti di un wallabee come quello che ho visto in precedenza, e mi sporgo curioso. Una specie di iguana, con un bel mezzo metro di coda lunga e dritta dietro di sé sfreccia in mezzo al sentiero e scompare dietro un masso. La guida, scocciata, ci invita a proseguire, in fondo “It’s just a lizard!” . Povero ranger, lavorare quarant’anni per portarci ad accarezzare le foche e poi vedere i tuoi turisti fotografare, con la stessa passione, una “semplice lucertola”. Rispetto il tuo punto di vista, e ammetto che un tale atteggiamento possa dare fastidio. E’ solo che una “semplice lucertola” di un metro io non l’avevo mai vista!

giovedì 2 aprile 2009

Capitolo 23 Kangaroo Island for Dummies...

Non era nei miei piani buttarmi selvaggiamente su di un povero canguro e divorarmelo, ma qui si usa regolamentare la specie, altrimenti troppo numerosa ed invasiva. Un po' come fanno sui nostri monti con i caprioli. E le analogie con gli ungulati nostrani non si fermano a questa. La forma del muso e delle orecchie è molto simile, come simile è il rischio di cecchinarli con l'auto di notte lungo le strade. In più, fatti in umido o trasformati in spezzatino e accompagnati da una fumante polentina, entrambe le specie mantengono quel retrogusto selvatico che non va via nemmeno con mezzo litro di rosso generoso e onesto. Dal momento che anche mia moglie ha avuto il suo bel daffare nell' estinguere quelle che sul menù venivano indicate come costine di maiale, mentre nella realtà erano non meno di un intera cassa toracica di porcello adulto, salire in camera e annegarci di camomilla ci sembra il minimo che possiamo fare per i nostri sconvolti apparati digerenti.

Il giorno seguente ci mettiamo in pista di buon ora. La prima tappa ovviamente la facciamo...dal panettiere! Mentre facciamo colazione non possiamo fare a meno di notare che la bakery in questione divide i locali con un'edicola, e che il nostro tavolino è posto giusto nel reparto riviste da sposa. Nonostante ormai si sia già dato, impiego parecchio tempo per trascinare Barbara fuori di lì. Mi butto alla ricerca del pellicano che ho visto ieri sera, e che ho visto ammarare poco lontano dal nostro albergo. Arriviamo al vecchio molo del paese, sotto il quale hanno trovato rifugio numerosi gabbiani e cormorani, intenti ad asciugarsi le ali al pallido sole. Pellicani nemmeno l'ombra, eppure sono sicuro di averlo viso volare in questa direzione. Magari sono usciti in cerca di cibo, mica tutti gli animali possono fermarsi ore in panetteria a guardare abiti da sposa! Procedo testardo verso un'insenatura poco più innanzi. Australian PelicansIl vento gelido e la scarsa fiducia nelle mie capacità spinge Barbara a barricarsi in macchina. Stavolta però ho ragione io. Ecco il pennuto! Anzi i pennuti. Ci sono quattro pellicani intenti al cazzeggio sugli scogli. Appena mi vedono iniziano mettersi in posa, anzi protestano finché non convinco anche la mia riluttante signora a venire ad osservarli da vicino. Ci avevano detto che è facile vedere ogni tipo di animale, ma qui si esagera!

Lasciamo i vanesi pennuti e ci avventuriamo verso il sud dell'isola. La nostra meta è il Seal Bay Conservatory Park, e ci sentiamo vagamente eccitati all' idea. Su quest'isola è infatti possibile visitare un'intera colonia di foche tenendosi a non più di dieci metri di distanza. Il parco comprende due tipi di percorso. Il primo, più agevole e aperto al pubblico non ti permette di scendere alla spiaggia, ma solo di vedere dall'alto i luoghi dove riposano questi pinnipedi. Il secondo, in compagnia di un ranger e dietro adeguato compenso, ti mena fino al cuore della colonia. Non sono venuto sin qui solo per scattare foto panoramiche, quindi mi separo volentieri dei dollars richiestimi e mi prenoto per la gita col ranger.Wallaby Mentre attendiamo la partenza del nostro tour guidato, proviamo a mascherare l'impazienza facendo il giro panoramico. Non si vede poi molto, ma già constatare che sotto di noi nuotano le foche ci mette di ottimo umore, e ci affrettiamo al randez vous. Già pregusto una serie di sketches gagliardi a base di cestini da picnic e di me che chiamo Bubu la mia dolce metà, quando la mia attenzione viene attratta da qualcosa che si muove sotto un cespuglio. Una clamorosa botta di fortuna. Una femmina di wallaby con tanto di cucciolo! Fantastico! Sono talmente emozionato che quasi mi perdo la partenza del tour verso la spiaggia. Poi realizzo che mia moglie ha già iniziato a tempestare il ranger di domande prima ancora di aver visto una sola foca e, a malincuore, abbandono i microscopici marsupiali.