mercoledì 25 marzo 2009
Capitolo 21 James Cook mi fa un baffo! Part 2
giovedì 19 marzo 2009
Capitolo 20 James Cook mi fa un baffo! Part 1
La prima volta avevo sette anni, e i miei genitori mi trascinarono all’isola d’Elba. Le ingiallite diapositive che testimoniano la traversata del tranquillo mar Tirreno, immortalano me e mia sorella Silvia in condizioni pietose, bianchi come cenci e provati dai continui e irrefrenabili rovesci di stomaco patiti. Chi poi è un marinaio scafato sa bene qual è l’importanza di un Giona in un viaggio in mare. E’ stato questo il mio ruolo in una breve gita fuori porto, parecchi lustri orsono. I miei zii e cugini veleggiavano su quel due alberi da anni, e mai un imprevisto, un’ incidente, mai nemmeno un’insolazione. Con me a passeggiare garrulo sul ponte iniziarono a verificarsi sinistri episodi. Il Rolex di mio zio, passato attraverso le generazioni con epopee degne di Christopher Walken in Pulp Fiction, volò oltre il parapetto nello sciogliere la prima cima. Il motore, fresco di revisione ma, ahimè!, non di rinnovo assicurativo, ci piantò in asso senza preavviso nel bel mezzo della gita. Non esagero nell’affermare che la mia seconda esperienza su una barca stava per finire con due pesi alle caviglie e l’Adriatico sopra di me. Potrei continuare, ma penso di aver reso l’idea e non vorrei dilungarmi oltre.
Pur di non affrontare le manovre di imbarco sul traghetto, Barbara si sciroppa volentieri i 385 km che separano Robe da Cape Jervis, il nostro punto d’attracco. Non propriamente una passeggiata. Partiamo alla mattina presto, e il vento che si leva dall’oceano ci spinge a vestirci parecchio, anche in previsione della traversata. Durante la giornata però il barometro vira verso “caldo fisso”, e in macchina ci sciogliamo gradualmente.
venerdì 13 marzo 2009
Capitolo 19 Robe
Le stanze si affacciano su un porticato interno. Di fianco alla nostra una coppia di tedeschi ha evidentemente recepito le istruzioni alla lettera: piedi nudi, birra gelata, sigaro e sigarette. Come a casa loro, immagino. Lasciamo i bagagli e ci dedichiamo all’esplorazione del paesino. Le barche rientrano per il tramonto, i cormorani si asciugano le piume all’ultimo sole, le fronde delle araucarie stormiscono al vento. Situazione idilliaca, siamo lontani anni luce dall’atmosfera triste di Mt. Gambier. Andiamo a cena in una vecchia taverna di pescatori, ora riadattata a pub. Sarà che siamo gli unici clienti, e che tutte le attenzioni sono per noi, ma le grigliate di carne e pesce che ci servono rimarranno a lungo nei nostri cuori.
Approfittiamo della cucina in stile e delle abbondanti libagioni messeci a disposizione dai nostri anfitrioni per regalarci una tranquilla colazione a casa. E’ incredibile che un momento così semplice e così tipico della vita di tutti i giorni finisca col mancarti nel momento in cui non ce l hai. Stiamo vivendo una favola, il viaggio sin qui è stato meraviglioso e ben oltre le più rosee aspettative. Eppure, dopo giorni frenetici in cui abbiamo corso per vedere più cose possibili, ci siamo proprio goduti questo momento di relax tutto per noi. Purtroppo a simili piaceri è facile assuefarsi. Approfittando del fatto che la nostra tabella di marcia è abbastanza rilassante, mia moglie ci infila a tradimento dello shopping a fini suoveniristici. A questo punto è d’uopo una visita alla banca per cambiare un po’ del nostro ingente patrimonio. Attendiamo una buona mezz’oretta che lo sportello apra. In fondo è lunedì mattina, bisogna prendersela comoda. Affronto la cassiera armato del mio irresistibile sorriso e del mio impareggiabile inglese. Devo cambiare 100 euro e 100 dollari U.S.A. nel corrispettivo in dollari australiani. Per fronteggiare tale complessa operazione si alternano alla consolle tutti e tre gli impiegati presenti, due signore di mezza età e il direttore responsabile, tutti con sorrisi ancora più ampi e pronti dei miei e con una lista di “we are, oh, so sorry!” che metterebbe in imbarazzo un assassino seriale. Da un lato ci sono io, arrivato lì con le migliori intenzioni, fra le quali non c’era assolutamente quella di complicare la giornata a degli onesti lavoratori. Dall’altro ci sono gli autoctoni, alle prese con la richiesta più inusuale dai tempi in cui la banca fu fondata. Alla fine la complessissima pratica viene sbrigata, le nostre effigi immortalate in una foto con tutta la crew, la notizia del epico cambio messa in rilievo su tutte le testate locali. In questo clima di tripudio lasciamo con rimpianto la città.
mercoledì 11 marzo 2009
Capitolo 18 Della flora e della fauna Sud Australiana
Il paesaggio varia pigramente, in tema con la giornata. Il South Australia è una regione desertica e scarsamente popolata, soprattutto verso l’interno. Verso la costa la dimensione prevalente è quella dello sparuto villaggio di pescatori, meta di un turismo perlopiù locale. La natura riprende il sopravvento appena fuori da queste cittadine. L’uomo la regola come può, disegna una traccia di come la desidererebbe. Ecco allora che filari di viti si stendono da collina a collina. Passati questi, si arriva ad appezzamenti coltivati a pino, che si dispiegano nella pianura per chilometri. Dopo averli attraversati si incontrano distese di pascoli gialli, punteggiati dal nero delle vacche o dal bianco candido delle pecore. Poi si riprende il giro. Altri pini. Altre viti. Altri pascoli.
Di avvistamento in avvistamento procediamo verso Robe. Dopo i timidi canguri incontriamo un altro buffo animaletto esclusivo di questo continente: l’echidna. Lo osserviamo mentre scava nel terreno con le sue unghie lunghe e affilate, per poi infilarci il musetto alla ricerca di formiche. Le tracce delle frenate sulla carreggiata indicano che il rischio incidenti con la fauna locale è sempre assai alto. E l’echidna è uno dei bersagli più gettonati, dal momento che, oltre ad essere per natura goffo e lento, tende ad acciambellarsi di fronte ad una minaccia, cosa che può senza dubbio funzionare con i carnivori, ma è di dubbia utilità di fronte alle ruote dei pick-up.
A volte, oltre alle tradizionali vacche e pecore, ci capita di incontrare allevamenti di emù, il fratello australiano dello struzzo. Altre volte solitari mulini a vento sembrano sorvegliare i pascoli, in attesa del ritorno degli animali. Ci fermiamo ad una spiaggia nei pressi di Beachport. Un solitario gabbiano ci osserva scontroso. Una lunga e ordinata fila di araucarie ci scorta all’interno del paese. E’ ora di pranzo, e al bar-ristorante fronteoceano ci sono addirittura due tavolate di persone. Un record. Siccome mi sto abbandonando al piacere della solitudine, decido di andarmi a mangiare il panino in spiaggia. Salvo poi biasimarmi per la mia meschinità, e concedermi alla folla almeno il tempo di un espresso.
venerdì 6 marzo 2009
Capitolo 17 Canto e discanto
Si vive per quel momento in cui il tuo cantante preferito vomita sul palco a non più di dieci metri da te. Si vive per quel momento in cui, persi gli occhiali in un pogo raccapricciante, li ritrovi illesi a pochi metri di distanza. Si vive per trovarsi tutti assieme in un parcheggio per ricostruire l‘esaltante scaletta di un concerto, salvo poi partire e abbandonarla sul tettuccio della macchina.
Di una promessa di un faccia differente, di mediocri incontri, di bellezze. Di profumi ardenti, di accidenti. Rotolando si gira, si balla, si vive, si fa festa. Quella, questa. Si picchia forte col piede nella danza.
Si vive per quel momento in cui il tuo vicino, quello che insiste perché tutto il caseggiato sappia quando va a nanna, dacchè chiude le imposte con grazia degna di un camionista di Vercelli, e che any given morning balla il tip tap con un tacco 15, sopra la tua camera da letto, alle 7.00 a.m., dicevo, si vive per quel momento, e arriverà quel momento!!!, in cui quel tuo particolare vicino incontrerà TUTTE le tue bigiornaliere maledizioni, e pagherà alfine il fio delle sue malfatte.
Di precise parole si vive, di grande teatro, di oscure canzoni, di pronte guittezze. Si va avanti di come fare, di come dire, di come fare a capire.
Si vive per quel momento della canzone in cui irrompe la batteria. Cassa, rullante e timpano. Si vive per il climax. Si vive per il momento in cui Slash sale sul piano nel video di November rain. Per quando la canzone inizia e il cantante tace. Canta solo il pubblico. Tutti assieme appassionatamente. I know, it’s only rock ‘n’ roll but I like it!
Si vive di fortune raccontate e di viaggiare. E si cammina stanchi, è lavoro, è opposizione, è corruzione. Si vive di lenta costruzione. E di tempo che ci inchioda, e di diavoli al culo.
Infine, val la pena anche di vivere quel particolare momento in cui finalmente lo vedi. Troppo lontano per essere fotografato ma vicino abbastanza da essere riconosciuto. Due orecchie appuntite che fanno capolino dall’erba alta. Un musetto marrone e triangolare, una macchia di colore bruno nel giallo mare della pianura Sud Australiana.
Cori di maschere notturne, canto e discanto.
mercoledì 4 marzo 2009
Capitolo 16 Quando isolarsi è una necessità
Da Mt Gambier scendiamo verso sud-ovest fino a rincontrare la costa. Ci facciamo circa quaranta chilometri in più rispetto alla tabella di marcia solo per andare a vedere l’ennesimo faro. Arriviamo a Carpenter Rocks, un paesino di pescatori con più barche che case. E un bar che svolge anche le funzioni di internet point. Expect the unexpected! Se il faro è una grossa attrazione turistica qui lo nascondono bene. Quaranta chilometri di strada in mezzo al nulla solo per arrivare al paese. Da qui si intraprende una scoscesa stradina sterrata. Il vento spazza ogni tentativo di crescita naturale oltre la dimensione cespuglio. Inoltre porta ampie porzioni di spiaggia sulla stradina. Ricapitolando: la giornata è freddina, le nuvole non promettono niente di buono, siamo in mezzo al nulla, il telefono non prende e il sentiero è più adatto a dei muli che non ad una macchina larga e non dotata di adeguate ruote motrici. Barbara insiste perché si torni indietro. Credo che abbia ragione. Quindi procedo. Chi non risica non rosica.
venerdì 27 febbraio 2009
Capitolo 15 Viaggio bene a onde medie
Butto giù dalla branda mia moglie al primo albeggiare e la meno a far colazione. Voglio essere in marcia il prima possibile, annegare le delusioni in un mare, anzi un oceano di bellissime località da esplorare, fotografando ogni sorta di animale buffo e variopinto. Voglio guidare per le strade del South Australia (eh sì, ieri abbiamo attraversato il confine!), salutando tutti gli autoctoni che incrocio, con un braccio pendente dal finestrino e la chitarra di Gilmour che mi accompagna in sottofondo.